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Quando Pirro Maria Gabbrielli ebbe l'idea di fondarla, nel 1691, l'Accademia dei Fisiocritici dovette apparire allo stagnante ambiente scientifico dell'epoca poco meno che una setta di eretici o di sovversivi o di tutte e due le cose insieme. All'interno di una cultura scientifica che, almeno nella Siena dell'ultimo periodo mediceo, era ancora fortemente incrostata di sapere tradizionale e che guardava spesso con controriformistico sospetto agli innovatori, questo professore di Medicina Teorica e di Botanica dell'Università senese si poneva, quale punto di riferimento culturale, l'esperienza dell'Accademia del Cimento. Sperimentare per fare piazza pulita di tutto lo pseudosapere basato sull'ossequio a teorie scolasticamente tramandate e mai sottoposte a critica era il suo progetto, e il Gabbrielli lo rese evidente fin dal "manifesto" della nuova Accademia: quell'impresa che presenta nell'immagine una pietra di paragone con l'esplicito motto "veris quod possit vincere falsa", cioè, perché con il vero ci si possa liberare delle cose false. Il Gabbrielli, non casualmente, intese fin dal primo momento della sua idea sprovincializzare la cultura senese prendendo contatti con intellettuali di altre città, fra le quali Roma. All'inizio, la giovane Accademia non ebbe altro spazio e altra sede che quelli dell'ospedale di Santa Maria della Scala, vista anche la professione esercitata dal suo fondatore; tuttavia, ben presto il sodalizio poté svilupparsi grazie soprattutto ad una protezione politica di rilevante spessore. Fra gli estimatori del Gabbrielli e della sua idea di una scienza nuova c'era, infatti, il cardinale Francesco dei Medici, governatore di Siena in nome e per conto del Granduca. Fu lui, così, a permettere all'Accademia dei Fisiocritici e al suo fondatore di spostarsi in un locale dentro l'università, riconoscendo di fatto, in questo modo, l'importanza del ruolo innovativo che il Gabbrielli e gli altri accademici pretendevano di giocare all'interno della cultura scientifica. L'Accademia andò dunque strutturandosi intorno ai suoi primi strumenti scientifici costituiti, fra le altre cose, dalle prime raccolte di reperti naturalistici, zoologici, geologici e botanici. A questo istituto di innovatori (peraltro mai venuto meno alla sua impostazione culturale originaria) guardò con interesse, più o meno un secolo dopo, Pietro Leopoldo. Per un sovrano tutto proteso all'innovazione istituzionale ed economica e determinato a vincere il torpore stagnante che l'ultimo periodo mediceo aveva fatto depositare su ogni settore della vita della Toscana, questa Accademia di spiriti liberi e assetati di novità parve uno strumento prezioso. E, di fatto, il panorama fisiocritico di fine Settecento presentava elementi di effervescenza di assoluto rilievo. Si muovevano sulla scena dell'Accademia personalità come Ambrogio Soldani ma, soprattutto, dava la sua impronta agli studi dell'Accademia Paolo Mascagni. Anatomista fra i più stimati, il Mascagni, non casualmente coniugò l'impegno al rinnovamento scientifico con l'altrettanto forte impegno verso il rinnovamento politico. Le idee che venivano dalla Francia facevano breccia su questo gruppo di intellettuali e il Mascagni non fece eccezione. Non a caso, quando Siena fu vittima dell'insorgenza antigiacobina delle bande aretine del "Viva Maria" l'anatomista senese passò un brutto momento, fatto bersaglio dei sanfedisti i quali vedevano in lui un pericoloso sovversivo. Il favore dei politici continuò anche all'indomani della parentesi francese e napoleonica. Nel 1816, infatti, Ferdinando III fece dono all'Accademia di un convento soppresso, quello camaldolese detto "della Rosa", e lì i Fisiocritici stabilirono la sede che ancora oggi occupano: la biblioteca e le raccolte di fossili cominciarono a organizzarsi negli spazi dell'edificio, mentre il giardino divenne sede dell'Orto Botanico. Le raccolte dell'Accademia finirono per creare un effetto a catena: scienziati, naturalisti, semplici amatori collezionisti trovarono naturale indirizzare a quella sede le loro raccolte perché divenissero patrimonio fruibile da parte della comunità scientifica e degli studenti dell'università. Basterà un esempio solo: il barone Bettino Ricasoli, eminente personaggio del giovane regno unitario d'Italia, che fece dono all'Accademia della sua ricca collezione di uccelli impagliati. Da allora le cose non sono cambiate: l'Accademia dei Fisiocritici continua la sua storia di ente autonomo, ma la sua attività è collegata, tramite una precisa convenzione, con quelle di ricerca e di didattica dell'università senese. I computer hanno sostituito le penne e i calamai e Internet ha preso il posto delle corrispondenze scientifiche e delle memorie delle quali è ricco l'archivio dell'istituzione, affiancando le nuove tecnologie allo strumento tradizionale della rivista dell'Accademia che da secoli divulga il sapere degli studiosi. Ma lo spirito originario del sodalizio non è cambiato rispetto a quello del Gabbrielli: "Vincere falsa" era e resta l'imperativo deontologico di chiunque si accosta a questo sodalizio.
Duccio Balestracci docente di Storia medievale
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